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«Domande e risposte»

Ogni bambino è unico e tutte le famiglie sono diverse. Sono comunque molti i genitori che si pongono domande simili. In «Domande e risposte» pubblichiamo alcuni esempi delle consulenze online.

Le domande pubblicate dimostrano quali sono le questioni che portano i genitori e le persone alla ricerca di consigli a rivolgersi alla Consulenza per genitori di Pro Juventute.  Forse, tra le risposte potrete trovare un valido aiuto e suggerimenti adatti alla vostra vita familiare quotidiana.

Le consulenze online sono state completamente anonimizzate, in modo che sia impossibile risalire all’identità e alle circostanze delle persone coinvolte. Nel caso in cui non approviate qualche pubblicazione, vi preghiamo di comunicarcelo.

Per maggiori informazioni vi rimandiamo alle nostre condizioni d’uso.

Domande frequenti nella Consulenza per genitori (esempi resi anonimi)

In che modo possiamo convincere nostro figlio di due anni e mezzo ad addormentarsi nel suo letto e a non svegliarsi durante il sonno?

In che modo possiamo convincere nostro figlio di due anni e mezzo ad addormentarsi nel suo letto e a non svegliarsi durante il sonno?

Domanda
Mio figlio ha due anni e mezzo. Il nostro problema è che lui non vuole assolutamente dormire da solo. Verso le 20:00, lo mettiamo a letto ma, dopo essersi addormentato, si sveglia al più tardi verso l’ 1:30 e non vuole più riaddormentarsi.

Noi lo riportiamo nel suo letto, ma, appena usciamo dalla stanza, lui comincia a piangere. Abbiamo tentato spesso di calmarlo, ma senza alcun risultato. Anzi, a noi sembra che la situazione stia peggiorando. Dopo svariati tentativi, lo abbiamo ripreso a dormire con noi.

Qualcuno ci ha suggerito di lasciarlo piangere. Ma questa soluzione non ci piace. Desideriamo solamente che riesca a prendere un ritmo che gli permetta di dormire tranquillo. Saremo felici di ricevere un consiglio. Grazie, per la vostra risposta.


Risposta
Cari genitori, grazie per la vostra e-mail e per la fiducia. Dalle righe che ci avete scritto, abbiamo capito che siete genitori responsabili e che accudite vostro figlio con amore.

Per la maggior parte dei genitori, fare in modo che un bambino si addormenti e che non si svegli durante il sonno comporta una grande sfida. Anticipiamo che non esiste LA soluzione giusta. Si tratta piuttosto di trovare un percorso adeguato alla vostra famiglia, in modo da riuscire ad affrontare al meglio questo periodo. Se «prenderlo con voi» è d’aiuto e per voi va bene, allora non c'è niente da obiettare.

Da quello che avete scritto, abbiamo capito che per voi è importante che vostro figlio si senta tranquillo e che non volete lasciarlo piangere. I problemi legati al sonno sorgono spesso in concomitanza con la fase di sviluppo dei bambini. Durante il secondo anno di vita, il bambino compie un grande passo avanti verso l’autonomia. In questo periodo emerge un aspetto negativo: la sensazione di solitudine. Molti bambini esprimono questo sentimento quando vanno a letto e svegliandosi durante la notte. Stanno cercando, e hanno bisogno, di una maggiore sicurezza e di affetto. Gli eventi della giornata possono ancora preoccuparli e anche angosciarli.

Di solito, i bambini piccoli devono ancora imparare a calmarsi e ad addormentarsi da soli. Non a tutti questo riesce alla stessa velocità. A volte, per calmarsi, può essere d’aiuto un oggetto transazionale, ad es. la «coperta di Linus», un pupazzo, oppure una bambola. Forse è possibile allungare un po’ il rituale dell’addormentarsi, magari facendogli ascoltare della musica tranquilla, oppure sedendosi accanto a lui, eventualmente accarezzandolo con un delicato massaggio che va dall'attaccatura dei capelli, alla fronte e fino agli occhi.

Durante questo periodo, alcuni genitori preferiscono allestire un letto formato famiglia, altri scelgono di estendere il rito serale; tutto questo dovrebbe essere organizzato in modo adeguato alla vita familiare quotidiana.

Ci auguriamo che i nostri input possano essere d'aiuto e che tra questi ne abbiate trovato uno adatto a voi.

 

 

Posso lasciare a casa da soli per una settimana i miei figli di 14 e 17 anni?

Posso lasciare a casa da soli per una settimana i miei figli di 14 e 17 anni?

Domanda:
Ho una domanda sull’obbligo di sorveglianza. Sono un a mamma single. I miei figli hanno 14 e 17 anni. Poiché ho urgente bisogno di riprendermi dallo stress lavorativo, vorrei andare via per una settimana. I miei figli sono ragazzi molto responsabili. Temo però che il mio entourage possa mettermi in difficoltà, quindi mi domando cosa posso e cosa non posso fare. Potete aiutarmi?

Risposta:
Buon giorno. Sono molti i genitori che si pongono la questione su a che età e per quanto tempo i bambini, o gli adolescenti, possono essere lasciati da soli. Come per molte altre questioni relative l’educazione, a questa domanda non è possibile rispondere in modo generalizzato. Tutto dipende dalla situazione di sviluppo personale del bambino / dell’adolescente.

Per quello che riguarda l’obbligo di vigilanza, è importante che i genitori si preoccupino affinché il bambino non corra pericoli e non possa causare danni a qualcuno. Questo significa che sono loro a dover decidere se possono fidarsi a lasciare a casa da soli i propri figli.

Lei scrive che i suoi ragazzi sono molto responsabili. Questa è un’importante premessa ai fini di una decisione di questo tipo.

I seguenti spunti di riflessione possono aiutare a comprendere quale sia la decisione giusta da prendere.

  • I suoi figli sono già rimasti spesso a casa da soli, quindi sono abituati?
  • I suoi figli sono già in grado di valutare i pericoli?
  • I suoi figli sono sufficientemente al corrente sul modo in cui devono comportarsi in caso di un’emergenza?
  • Quanto velocemente lei, o un suo conoscente, potrebbe raggiungerli in caso d'emergenza?
  • I vicini/conoscenti/parenti ai quali i vostri figli potrebbero rivolgersi in caso di necessità sono raggiungibili?

L’adolescenza è il periodo in cui i giovani crescono e diventano persone autonome e responsabili. E questo avviene al meglio attraverso nuove esperienze, tramite le quali essi possono esercitarsi e conseguire successi.

Ci auguriamo che i nostri input possano esserle d’aiuto. Nel caso lei abbia altre domande da porci, può anche telefonarci in qualsiasi momento.

Nostro figlio di quattro anni dice le parolacce. Le ha imparate all’asilo. Come dobbiamo comportarci?

Nostro figlio di quattro anni dice le parolacce. Le ha imparate all’asilo. Come dobbiamo comportarci?

Domanda:
Nostro figlio ha quasi quattro anni e da poco frequenta l’asilo nido. Andarci gli piace molto, ma abbiamo qualche difficoltà, perché lì apprende comportamenti che poi ripete anche a casa. Ad esempio, ha imparato un sacco di parolacce. Se gli diciamo che non vogliamo che si comporti così, lui risponde con altre parolacce. Allora gli spieghiamo che nella nostra famiglia non ci si insulta.

A volte gli diciamo che ci ferisce e ci fa preoccupare. Se ci offende profondamente, lo mandiamo in camera sua per un determinato periodo di tempo.
Comprendiamo il fatto che lui voglia esprimere la propria rabbia, ma non troviamo corretto che ci urli contro e che ci offenda.
Potete darci qualche consiglio? Grazie. Attendiamo la vostra risposta.

Risposta:
Grazie per la vostra richiesta e per la fiducia. La questione con la quale dovete confrontarvi è davvero interessante. Molti bambini amano sperimentare le parole che imparano al parco giochi o nell‘asilo: in questo modo scoprono il potere della parola. Per loro si tratta di un gioco avvincente che schiude le porte a un nuovo mondo e tramite il quale delimitano i propri confini. Osservare le reazioni che scatenano le parolacce li fa ridere ed essi le utilizzano con disinvoltura.

Può essere utile non prestare alcuna attenzione a queste parole, per non renderle così interessanti.  In assenza di reazioni, infatti, improvvisamente il bambino non si diverte più.

In alcuni casi, i bambini utilizzano tali espressioni se non sono in grado di comunicare in modo sufficientemente differente. Per loro risulta più facile e veloce dare voce alla frustrazione con espressioni colorite. Se queste vengono utilizzate per collera, rabbia, oppure per scaricarsi, vietarle non serve.  Potete invece aiutarlo a dare un nome al suo sentimento, ad es. «Sei arrabbiato, ti capisco». Questo lo aiuterà a riordinare emozioni a lui sconosciute e a nominarle.

Vostro figlio di quasi quattro anni è spesso già in grado di comprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E’ importante spiegargli che in casa vostra non si dicono parolacce e perché. Tuttavia è più efficace farlo in un momento di calma e non mentre le sta dicendo. Per fargli rispettare le regole della vostra famiglia, sono necessari tempo e pratica ed è consigliabile concedergli questo tempo.

Importante: il suo comportamento non è in malafede, né è sua intenzione ferirvi. Lui sta solamente cercando di gestire le sue fasi di sviluppo.  Speriamo che la nostra risposta vi sia utile. Vi auguriamo tanta felicità e pazienza con il vostro piccolo giocoliere di parole.

Quanto spesso nostro figlio di undici anni e mezzo può/dovrebbe andare a dormire dagli amici durante il fine settimana?

Quanto spesso nostro figlio di undici anni e mezzo può/dovrebbe andare a dormire dagli amici durante il fine settimana?

Domanda:
Buona sera. Nostro figlio di undici anni e mezzo desidera trascorrere quanto più tempo possibile con i suoi compagno di classe e, durante il fine settimana, vuole anche restare a dormire da lui.  Non riesce a comprendere che noi non vogliamo permettergli di farlo ogni fine settimana. Quanto spesso un bambino può/deve trascorrere il fine settimana insieme agli amici? Potete darci qualche indicazione?

Noi genitori riteniamo che due fine settimana al mese siano sufficienti. Altrimenti non abbiamo più la possibilità di trascorre del tempo insieme a nostro figlio. Attendiamo la vostra risposta. Grazie.

Risposta:
Buon giorno. Grazie per la vostra richiesta e per la fiducia. Premettiamo subito che desideriamo rafforzare la vostra posizione. Ogni famiglia ha le proprie regole. Voi siete del parere che per vostro figlio sia sufficiente trascorre due fine settimana al mese con l’amico.

Lui, invece, desidera trascorrerne di più e non riesce ad accettare questa imposizione. Il punto di vista del ragazzo è comprensibile. Ma ogni famiglia ha le proprie regole e siete voi genitori a stabilirle.  Imporle e farle rispettare può essere faticoso. Nella convivenza con i bambini e i giovani, regole e opinioni sono importanti. Garantendo e affermando queste regole, voi vi mantenete in contatto con il bambino e gli dimostrate che lui è importante.

Permettendogli di trascorrere due fine settimana con il compagno di scuola, da un lato soddisfate il suo desiderio, dall’altro gli dimostrate che desiderate trascorrere del tempo insieme a lui.  Il vostro è un tentativo di essere equi.
In questo senso, auguriamo coraggio e forza alla vostra famiglia e nel mantenere le regole. I bambini devono poter formulare le loro proposte e i desideri ed è giusto tenerli in considerazione. A volte può essere possibile patteggiare, altre volte, invece, le regole non sono discutibili.

Temo che mia figlia, che ha diciotto anni, faccia uso di droghe. Che cosa devo fare?

Temo che mia figlia, che ha diciotto anni, faccia uso di droghe. Che cosa devo fare?

Domanda:
Sono un padre single di una figlia che presto compirà diciotto anni e sono molto preoccupato, perché sospetto che faccia uso di droghe. Purtroppo, anche i suoi amici lo fanno. Il suo telefonino suona o vibra in continuazione. Di notte resta in giro e quando è a casa dorme fino al pomeriggio.

Non partecipa più alla vita familiare, non sta più con noi. In camera sua è buio e la porta è chiusa a chiave.
A volte, esce nel bel mezzo della notte e quando la chiamo, il suo telefonino è spento. Non vuole dirmi dove va, né con chi esce.

Nella formazione le resta un’ultima chance. Ho cercato di parlare con lei del suo futuro, ma non vuole sentire ragione. Ho paura che mia figlia si rovini la vita. Quando gliel’ho detto, mi ha semplicemente ignorato. La prego di darmi un consiglio.


Risposta:
Buon giorno. Le sue parole chiariscono bene la situazione difficile e dolorosa nella quale si trova.  Leggendo, si comprendono le sue preoccupazioni e la necessità di ricevere un sostegno per sua figlia.

Lei descrive l’angosciante situazione nella quale si trova sua figlia. Per lei sembra che sia diventato difficile prendersi cura di se stessa. Il ritmo giorno-notte è alterato, c’è in gioco il posto di lavoro, non prende più parte alla vita familiare. Nonostante gli svariati tentativi di parlare con lei, l’impressione è che sua figlia tenda a isolarsi.

In una simile situazione, per lei è meglio non restare da solo. E’ bene cercare delle offerte d’aiuto. Uscire allo scoperto è un passo importante e coraggioso.
Potrebbe rivolgersi a un consultorio familiare, oppure per dipendenze, per vedere di trovare una soluzione.  Eventualmente, lei e sua figlia potreste richiedere un accompagnamento professionale a lungo termine.  Sul nostro sito sono pubblicati gli indirizzi dei consultori presenti nel suo Cantone.

I cambiamenti necessitano di tempo e pazienza, quindi le auguriamo tanta forza e coraggio. Speriamo che la nostra risposta le sia stata d’aiuto. In ogni caso, e soprattutto nei momenti cruciali, siamo disponibili anche telefonicamente, 24 ore su 24.

Mia moglie soffre di depressione post-partum?

Mia moglie soffre di depressione post-partum?

Domanda:
Sono preoccupato per mia moglie. Poco dopo la nascita del secondo figlio (6 mesi) è molto cambiata. E’ sempre stanca, apatica e non sopporta più niente, nemmeno nostro figlio. Piange molto. Ho sentito dire che ci sono donne che, dopo il parto, possono cadere in depressione, o soffrire di baby blues. Potrebbe essere così anche per mia moglie? Che cosa posso fare?

Risposta:
Il cambiamento di sua moglie, che vede stanca e infelice, sembra una questione seria.  Poiché la nascita del vostro secondo figlio risale a sei mesi fa, non può ormai più trattarsi di «baby blues», perché questa patologia insorge nei primi tre, quattro giorni dopo il parto ed è collegata a un processo ormonale.  Il baby blues viene anche definito con il nome «i giorni del pianto» perché le donne piangono molto, spesso senza un evidente motivo. Dopo 1 – 2 giorni i sintomi scompaiono e tutto ritorna normale.

La depressione post-partum (depressione postnatale) può insorgere poche settimane dopo il parto e durare qualche settimana, mesi, o addirittura anni. Prima si cerca aiuto, meglio è. Le cause possono essere molto diverse (ad es.: fisiche, psichiche, il parto, le circostanze). Tra l’altro, anche i padri possono soffrire di depressione postnatale. Lo sfinimento dovuto al parto gioca un ruolo importante. Si stima che ne siano colpite il 10 – 20% delle donne che hanno partorito. L’intensità può essere diversa. Sul sito svizzero dedicato alla depressione postnatale può trovare altre utili informazioni.

Sua moglie sta vivendo un grande cambiamento. Solamente un esperto è in grado di valutare se si tratti realmente di depressione postnatale. Scoprirlo è importante. Una volta diagnosticata, la depressione postatale ha buone possibilità di guarigione. Spesso si ha un grande miglioramento già solo fornendo sgravio e aiuto alla donna. Molte donne hanno bisogno per un determinato periodo di tempo anche del supporto di una psicoterapia e di farmaci.

Sua moglie è pronta e disponibile ad affidarsi a uno specialista (es.: il suo medico)? Un primo punto di contatto potrebbe essere anche il consultorio familiare del suo comune. Se questo dovesse essere difficile, che tipo di sostegno potrebbe offrirle?

Come lei, i padri che si trovano in simili situazioni sopportano molto. Lei in che modo si rigenera? Chi può starvi accanto in questo momento?

Nel caso lei abbia altre domande, non esiti a contattarci. Saremo lieti di aiutarla anche a trovare un’offerta di aiuto nella sua regione.

Come posso convincere mio figlio a fare i compiti?

Come posso convincere mio figlio a fare i compiti?

Domanda:
Nostro figlio ha nove anni e frequenta la 3a classe. Non ha avuto una bella pagella e questo perché a casa si impegno poco o niente nel fare i compiti. Non gli interessa imparare o, più semplicemente, è un po’ troppo pigro. In che modo possiamo motivarlo?

Risposta:
I compiti a casa sono una questione complessa durante la quale si scontrano molte aspettative. Come genitori, siete preoccupati per i risultati scolastici di vostro figlio e sapete che i compiti a casa influiscono sui voti.

In che modo vostro figlio vi spiega perché non svolge i compiti come dovrebbe?  Lui capisce che deve cambiare atteggiamento? I genitori hanno spesso un punto di vista diverso da quello dei figli. Se riuscite a parlare con lui dei compiti mantenendo un atteggiamento curioso (senza giudicare o pretendere di sapere tutto), potreste comprendere il suo punto di vista. Si tratta di una buona partenza per poi cercare soluzioni insieme, indipendentemente dal vostro modo di vedere le motivazioni e le soluzioni. Chiedete direttamente a vostro figlio le sue idee e le sue proposte. Potete parlare insieme anche di questioni puramente pratiche, quali, ad esempio, pianificazioni settimanali, organizzazione del luogo di studio…

Se vostro figlio si sente sostenuto e rispettato nelle sue idee, può essere molto motivante. Che cosa ne pensa l’insegnante della situazione? Come percepisce vostro figlio e le sue possibilità?

Ha detto che a vostro figlio non interessa studiare, che forse è troppo pigro. Provate a pensare a qualche situazione durante la quale avete visto vostro figlio interessato a imparare. Non mi riferisco solamente alle classiche situazioni scolastiche. Nella vita quotidiana esistono svariate possibilità per imparare. Ad esempio, in che cosa ha dimostrato interesse e poi si è messo a lavorare da solo? Esaminando queste situazioni potrete comprendere il modo in cui vostro figlio apprende.

All’interno della famiglia, i compiti a casa possono diventare una questione irritante. In questo caso, potrebbe forse essere utile cercare qualcuno che gli dia una mano a svolgerli. Sono molte le scuole che dispongono di offerte di questo tipo.

Mia figlia soffre di disturbi alimentari?

Mia figlia soffre di disturbi alimentari?

Domanda:
Mia figlia ha 12 anni. Da un paio di mesi ha modificato le sue abitudini alimentari e ha perso 10 kg (forse prima era leggermente in sovrappeso). E' alta 158 cm e pesa 40 kg. Troppo poco. Temo che possa ammalarsi di un disturbo alimentare (anoressia). Lei si rifiuta di affrontare con me l’argomento. Ha qualche consiglio da darmi su come mi devo comportare?

Risposta:
Il fatto che lei si preoccupi del comportamento alimentare e della considerevole perdita di peso di sua figlia è comprensibile. La situazione da lei descritta non è facile. E’ bene scoprire come sta sua figlia e osservare il suo comportamento alimentare.

Lei afferma che pesa troppo poco. Può essere che la perdita di peso e la sua altezza, la facciano apparire un po’ magra. Ma in base alle curve del peso e dell’altezza, sembrerebbe essere tutto a posto. Quindi, al momento, non dovrebbero esserci problemi. E’ comunque consigliabile parlare con il pediatra della grossa perdita di peso della sua ancora giovane figlia, soprattutto se questo si è verificato nell’arco di breve tempo.

Durante la pubertà, spesso, le ragazze, e anche i ragazzi, non si sentono bene nella propria pelle.  Il desiderio di essere magri può quindi influire sul loro comportamento alimentare. Proprio come sembra essere successo a sua figlia. Non tutti i comportamenti alimentari strani sfociano per forza in disturbi. E’ perciò bene esaminare e affrontare il problema.

I motivi per cui sua figlia non vuole parlare con lei del suo comportamento alimentare possono essere tanti. Sicuramente, lei ha compreso le sue preoccupazioni. La Comunità svizzera di lavoro per i disturbi alimentari AES fornisce i seguenti consigli.

  • Esprimere chiaramente la preoccupazione
  • Dimostrare che il benessere di sua figlia le sta a cuore
  • Comunicare quello che la colpisce
  • Evitare i rimproveri
  • Mostrare comprensione senza approvare il comportamento alimentare
  • Non parlare del comportamento alimentare durante il pasto
  • Chiedere in che modo si può essere d’aiuto

La giusta preoccupazione rischia velocemente di far scivolare tutta l’attenzione intorno al pasto. Ci sono altre persone di cui sua figlia si fida e con le quali lei potrebbe parlare di questo? Può anche rivolgersi alla Consulenza + aiuto 147. I colloqui sono riservati.

Ma non è solamente sua figlia ad avere bisogno di sostegno. Anche per voi genitori può essere utile ricevere aiuto. Sul nostro sito web, in «altri consultori», può trovare un elenco di sedi dove possono offrirle consulenza e sostegno. Può anche telefonarci al numero 058 261 61 61, a volte è più facile.

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